sabato 14 gennaio 2012

La leggenda del Santo Trovatore


Dal libro “ La leggenda del Santo Trovatore “ di Nerio De Carlo
A cura dell’Associazione Trevisani nel Mondo, Sezione di Oderzo,


L’Associazione Trevisani nel Mondo, Sezione di Oderzo, esprime il più vivo ringraziamento all’Autore Prof. Nerio De Carlo, alla Confcommercio, mandamento di Oderzo-Motta di Livenza, ed alla Banca di Credito Cooperativo del Piave e del Livenza di Mansuè per aver reso possibile la realizzazione della presente pubblicazione.

Il Presidente

Cav. Luigi Serafin




PRESENTAZIONE
Leone Tolstoj sostenne: “Se vuoi essere universale parla del tuo paese”.
Questo autorevole consiglio è continuamente nell’opera che qui presentiamo, tanto è vero che i luoghi, così familiari all’autore, potrebbero essere sottolineati in una carta topografica del nostro Comprensorio.
Questa raccolta di racconti, il cui titolo rievoca nelle assonanze un capolavoro della letteratura mitteleuropea, contiene naturali ingredienti delle radici umane. Solo la loro sequenza è dubbiosamente singolare e viene da chiederci se l’autore abbia vissuto nei suoi racconti, oppure li abbia inventati per viverci dentro. In ogni caso sembra che l’umorismo e il paradosso siano la sua versione della serietà.

In ogni pagina di queste scritture dell’identità c’è un messaggio, talvolta palese, spesso cifrato. Ogni racconto dovrebbe essere letto più volte per capire il linguaggio di chi sogna per conto terzi. Le frasi sono prive di museruola , caustiche, trasgressive. Per comprenderle del tutto ci vorrebbe l’accalappiasogni.

Questo libro è un investimento in cultura da parte di settori produttivi, quello bancario e quello commerciale, noti per avere da sempre perseguito il profitto. Non è più così. Una parte dei proventi viene ora investita nella valorizzazione di una visione del mondo che appartiene al nostro tessuto socio-culturale, affinchè non si dimentichi che anche il successo, il progresso e l’immagine di una comunità sono opera di gente che pensa, lavora, si stupisce, soffre e sorride come i personaggi che abitano nelle righe che seguono.

La comunità vegetale, gli insetti e i personaggi di queste pagine sono immaginari ed ogni riferimento alla realtà è puramente casuale.

CONFCOMMERCIO
Associazione Commercio Turismo e Servizi
Mandamento di Oderzo-Motta di Livenza

Il Presidente
Bruno Andreetta



PREFAZIONE
La cultura è una caratteristica specifica dell’umanità che crea e moltiplica valori materiali e spirituali. Valori come la letteratura che si incontra percorrendo i racconti di Nerio De Carlo. Valori come la cooperazione, del quale la nostra Banca di Credito Cooperativo del Piave e del Livenza ha fatto l’essenza stessa della propria anima. Letteratura e cooperazione legati insieme da un filo insolito ma non per questo meno tenace: la migrazione.
La nostra Banca, impresa sociale fatta di persone prima che di capitali, ha scelto di sostenere l’edizione di questi racconti, nel quadro delle iniziative culturali che da qualche anno la vedono attenta madrina. Andando indietro nel tempo troviamo le pubblicazioni “Basalghelle, appunti della nostra storia”, “Le stelle forse non esistono nemmeno”, “Francesco Dall’Ongaro, la voce della coscienza”, la guida al museo storico di Maserada sul Piave “1917-1918 il Piave , la memoria”. Opere letterarie diverse tra loro, aventi quale comune denominatore la promozione della cultura fra i due fiumi che troviamo nel nostro nome: la Piave e la Livenza.
Lo sviluppo della cultura costituisce un processo costante di trasmissione delle esperienze e delle conoscenze da una generazione all’altra. Se la continuità di questa evoluzione si interrompe, la cultura cessa di esistere e cade nell’oblìo. La cultura dei nostri padri è radicata nel cuore dei migranti, che con struggente nostalgia rimembrano tradizioni e consuetudini della loro terra, nostalgia che troviamo in alcune righe di questi racconti.
Scopo di un istitutori credito è perseguire il profitto. Per una Banca di Credito Cooperativo qual’ è la nostra, la sua missione si misura, prima che in termini monetari, nelle espressioni di crescita sociale e culturale della comunità. Poiché, a comporre quest’ultima ci sono pure i Soci della Banca di Credito Cooperativo, le persone per le quali essa opera ponendole sempre al centro della propria azione.
Ci auguriamo che questa raccolta possa costituire un momento di piacevole lettura e un invito a soffermarsi sulla ricchezza di presenze e di segni racchiusi nel nostro territorio fra Piave e Livenza.

Cav. Ireneo Miotto
Presidente il Consiglio di Amministrazione
Della Banca di Credito Cooperativo
Del Piave e del Livenza



In ricordo del fratello Bruno:
"La vita ha perso contro la morte,
ma la memoria vince nella lotta
contro il nulla"
(Tzvetan Todorov, Les abus de e memoir)

LA SCUOLA DEI PESCI

C’erano una volta due fiumi: il Piave e la Livenza. Essi avevano un figliolo di nome Rasego, al quale piaceva attraversare un paese che si chiamava Basalghelle. Gli piaceva anche giocare con una pianta acquatica dalle vaste foglie verdi e dal fiore giallo splendido che si apriva solo di giorno per la gioia delle libellule dai grandi occhi: la calta palustre.
Vicino al ponte che scavalcava il Rasego c’èra la scuola per i pesci. La frequentavano otto piccole tinche con la pinna e la coda corte, sette piccoli lucci col dorso grigio e col ventre bianco, quattro piccole anguille dal colore verde sudicio di sopra e gialliccio di sotto, tre carpe ripetenti con tante squame, un piccolo pesce gatto con la testa grossa e due strani filamenti che sembravano lunghi baffi neri. Il nome di questo alunno era Marson.
Il pesce gatto non era ne’ più intelligente, ne’ più stupido degli altri scolari. Aveva imparato a scola che i pesci grossi mangiano i pesci piccoli e perciò evitava i pesci più grandi di lui. Non era una precauzione da poco. Aveva anche imparato che sull’acqua non si può scrivere e che certi vermi, i lombrichi, avevano un buon sapore, ma gli sembrava una diceria che la gente infilasse vermi in un amo per attirarae i pesci, in quanto nessuno de malcapitati glielo aveva potuto raccontare realmente.
Accadde così, in un brutto giorno, che il pesce gatto addentò un vermiciattolo penzolante nell’acqua. Un amo gli perforò subito il labbro superiore e il dolore fu grande. Si accorse poi che era stato tirato fuori dall’acqua poiché l’amo era legato a un filo. Per la prima volta vide anche un uomo sulla riva con una lunga canna in mano.
Mentre il pesce gatto era ancora appeso al filo, imparò quanto la scuola gli aveva insegnato e cioè che qualcuno usava veramente vermi come esca per catturare i pesci! Ma era troppo tardi.
Il pesce gatto non si arrese. Si dimenò con furia sperando di staccarsi dall’amo ma questo penetrava sempre più nel suo muso e faceva ancora più male. Provò perfino a supplicare il pescatore: “ Ti prego, lasciami tornare nell’acqua”. Ma l’uomo non capiva la lingua dei pesci, oppure non voleva comprenderla, e staccò il pesce dall’amo,ma solo per gettarlo in un secchio nascosto tra i cespugli, dove c’erano già altri pesci, tutti con un foro sul muso dal quale usciva sangue. – “Eccone un altro che non ha voluto credere quanto sia crudele l’uomo”, ripetevano piangendo i pesci nel secchio.
Il pesce gatto non voleva ammettere la realtà e disse: “Forse non tutti gli uomini sono così”.
- Gli altri lo compatirono e risposero: “Nemmeno ora sei in grado di capire e di imparare”.
Una ragazzina del paese, Ana Katharina, era intanto arrivata furtivamente sul posto e aveva visto il secchio con i pesciolini disperati. Immaginate che cosa fece.
Nerio De Carlo

IL PUPAZZO DI NEVE

“Dove sono finiti i miei occhiali? Vedo qualcosa in giardino vicino al cancello, ma non distinguo bene”. – “Gli occhiali saranno al solito posto e chi vuoi che sia in giardino? Ora guardo anch’io. Oh, perbacco! C’è un pupazzo di neve!”
“Un pupazzo di neve sul nostro prato all’inglese? Come vi sarà arrivato?” – “Certamente non a piedi. Lo avrà fatto qualche ragazzo. È carino con quella carota al posto del naso e con un recipiente igienico d’altri tempi per cappello. Mi ricorda la mia infanzia. Ma lo sai che in tutti questi anni non ho mai fatto un pupazzo di neve per me?”
“Ho una certa età e tu mi segui a ruota, anche se ti secca ammetterlo. Non è più tempo per costruire pupazzi di neve, mi pare. Se insisti potrei farne uno per il nostro anniversario, a fine giugno”. “L’idea sarebbe buona a prescindere dal fatto che il nostro anniversario è a fine settembre, quando la neve non c’è”.
La coppia uscì dalla villetta a schiera dove abitava per ammirare la bella figura e già progettava di cercare un nome adatto a un pupazzo di neve, magari frugando negli archivi della memoria.
“Perché tanta fretta col nome, gentile vicina? Forse abbiamo anche noi qualcosa da dire”, intervenne il proprietario della villetta confinante sulla destra.
“Che avete da obiettare? Questo è il nostro pupazzo: Sta sulla nostra proprietà”.
“Può darsi che l’attuale collocazione risulti nel suo giardinetto, ma, se osserva le tracce, può facilmente constatare che questo pupazzo è stato fatto con la neve che era nel mio giardino e pertanto esso mi appartiene”.
“In tal caso – soggiunse la signora seccamente – dica pure al suo pupazzo di andarsene dal mio giardinetto e di trasferirsi nel suo”.
“Oh, bella questa! Il mio pupazzo sente anche peggio di quanto suo marito ceda senza occhiali. Certe idee dovrebbero essere nell’elenco delle sostanze dannose. Vediamo un po’ che si può fare…”.
Il vicino di destra tentò di sollevare il pupazzo per collocarlo nel suo giardino come suggeritogli. Niente da fare. La discussione aumentò con allusioni alla concordia che un tempo regnava nel paese, alla litigiosità tra vicini oggi costantemente in agguato, all’incertezza degli attuali diritti di proprietà.
Intervenne anche il vicino di sinistra, un uomo con la faccia simile a sostanza metabolizzata: “Nessuno di voi può accampare diritti perché il pupazzo è stato fatto dai miei figli e soltanto questi, in base alla legislazione sui diritti d’autore, possono deciderne la destinazione. Da parte mia, come loro legittimo tutore, penso che…”.
La controversia coinvolgeva già altri vicini, quando arrivò il furgone del fornaio (allora il pane da noi veniva ancora recapitato casa per casa), che urtò il pupazzo di neve facendolo crollare.
Tutto avrebbe dovuto finire, ma non fu così. A chi sarebbe spettato di rimuovere i resti del pupazzo? Qualcuno era dell’opinione che tutto dovesse tornare nel luogo dove era stata prelevata la neve;altri insistevano che, sempre a causa dei diritti d’autore, i ragazzi avrebbero avuto il compito di stabilirne l’utilizzo. Il ragazzo del fornaio aveva nel frattempo constatato un’ammaccatura nel furgone a causa di una
“costruzione non autorizzata di impedimento al traffico”, come recita il Codice. Nel verbale dei Vigili, chiamati a riportare la calma, non c’è tuttavia traccia di questo incidente.


Nerio De Carlo

RIFIUTI

Eugenio abitava da solo. Vicino alla sua casa c’era ovviamente la piazzola con i contenitori dei rifiuti. Per la raccolta differenziata in un primo tempo ne bastavano tre: per il vetro, per la carta, per tutto il resto.
Durante l’inverno furono aggiunti altri bidoni per la plastica e per le batterie scariche. In primavera arrivarono quelli per gli altri materiali. Ognuno aveva il proprio colore finchè il numero rimase limitato ma, con l’aumento della loro quantità e il conseguente esaurimento di tutte le possibili colorazioni, fu necessario provvedere a una ordinata numerazione di tutti i bidoni. Il 10 agosto, il giorno dalla voce di velluto, si contavano già venticinque contenitori per la spazzatura sulla piazzola : ognuno con proprio numero e coperchio, s’intende. Per le carte assorbenti, le carte carbone r i fischietti fuori uso scartati da arbitri, vigili addetti al traffico, manifestanti in corteo era previsto l’imminente arrivo di scatolame monouso biodegradabile. Idem per gli aghi da tatuaggio.
Eugenio si sforzava di distribuire in maniera corretta, come raccomandato dal foglio delle istruzioni, il contenuto della sua pattumiera, quando alle sue spalle comparve uno strano personaggio. “Buona sera”, disse una voce autoritaria. “Buona sera”, rispose Eugenio.
“Ispettore Mondizia, Vigilanza Rifiuti. Abbiamo già discusso altre volte sulla raccolta differenziata e non colleghi, per favore, assonanze e rime al mio nome, come certa gente usa fare, altrimenti sarebbe offesa a pubblico ufficiale”.- “non mi permetterei mai, nemmeno mentalmente”, rispose Eugenio, “al massimo poteri pensare a una afaresi, cioè a quel fenomeno di soppressione di un suono all’inizio di una parola per cui, per esempio, qualcuno dice “no-cente” al posto di “innocente”, oppure, “spettabile “ al posto di “rispettabile”, ma nulla più”.
L’ispettore continuò: “ È difficile la raccolta differenziata, non è vero?”
“Si può proprio affermarlo”, annuì Eugenio.
“Ma è nell’interesse dell’ambiente”.
“Si. Lo so”.
“Ma anche nell’interesse della comunità. Ci pensai un poco: Se c’è un cinque per cento di errori, ciò corrisponde al contenuto di quei bidoni e non si può riciclare”. Indicò il bidone n.8, materie plastiche con presenza di cloro.
“Lo credo bene”, concordò Eugenio.
“E si rende conto delle conseguenze di un simile comportamento asociale? L’economia entra in crisi, ditte chiudono, si perdono posti di lavoro… tutte cose che Lei non vuole certamente”.
Eugenio annuì: “E chi vorrebbe una cosa del genere?”
“Allora Lei comprenderà che i rifiuti non sono più una questione privata come prima”, concluse l’Ispettore e scoperchiò i bidoni dal n.9 al n.12. “Vediamo un po’”.- Indossò un paio di guanti gialli e rovistò: “Che è mai questa roba?”.
“Metallo”, ammise Eugenio.
“Metallo senza alluminio. Andava al n.19”.
“Si, ma come posso sapere che…”-
“Ammetta di essere stato troppo pigro per leggere le spiegazioni sull’involucro”. – “Sono scritte in caratteri tanto piccoli da risultare sempre illeggibili”. – “E questa che roba è?”- “Plastica”.- “Plastica con coloro. Non può stare al n.11, bensì al n.8, come si è già detto”.

Eugenio cominciò a pensare che ogni difesa fosse inutile. L’Ispettore, che per le circostanze esibiva una faccia da composto organico come quella del Direttore Generale dell’Azienda presso la quale Eugenio lavorava, ha sempre ragione, anche in Tribunale purtroppo… - Gli rimaneva solo la possibilità di assecondarlo, come la volta precedente: “Farò maggiore attenzione in futuro, ma venticinque bidoni per una persona sola sono pure un bel numero!” Non aveva ancora terminato il buon proposito, che l’Ispettore aveva pescato un mezzo panino imbottito. “E questo cos’è?” – “Composto organico: deve andare nel bidone n.17, dove stava infatti”, cercò di replicare Eugenio. –“Si, ma il panino era imbottito di salame. Il pane va al n.17, ma il residuo di salame(e non si permetta associazione di idee a tale proposito) è sostanza animale, bisognava portarlo al n.24. e chissà dove è andata a finire l’eventuale carta stagnola che l’avvolgeva!”

Eugenio cercò di argomentare, ma gli fu chiesta la licenza per il diretto disbrigo delle proprie faccende domestiche. L’Ispettore proseguì: “Non c’è nulla da fare con Lei. Nelle ultime settimane ho esaminato i Suoi bidoni e sempre sono state rilevate irregolarità. Lei non è in grado di separare i propri rifiuti e sa bene che questo è il presupposto per essere titolari di una licenza per sbrigare le proprie faccende domestiche. Lei non è autosufficiente”.
“Senta”, cercò Eugenio di insistere, “Non voglio finire nella Casa di Riposo: Sono ancora abbastanza giovane e lavoro in un’Azienda importante”.
“Avrebbe dovuto pensarci prima. Ma osservi la questione da un altro lato: Lei perde si la Sua autonomia, ma non dovrebbe più preoccuparsi di separare continuamente i rifiuti secondo normative che cambiano ogni settimana”.
“Ma ho solo quarant’anni”.
“L’età non conta. L’indebolimento delle capacità mentali varia da un individuo all’altro”, spiegò l’Ispettore, “ma la legge è legge: quando uno non è più spiritualmente in grado di separare i rifiuti della propria esistenza, c’è il ricovero obbligatorio. Questo è il Suo caso!”.

Eugenio si trova ora nella Casa di Ricovero. Ci sono vantaggi e svantaggi. Tra quest’ultimi c’è il sollievo di non perdere tempo di fronte ai bidoni dei rifiuti col pericolo di sentire la voce sabbiosa dell’Ispettore Mondizia che contesta un’infrazione. Tra gli svantaggi c’è la constatazione che il concetto di Casa di Riposo non è che un fossile superato della propria gioventù, tanto è vero che ieri vi sono state ricoverate ricoverate due ragazze di nemmeno trent’anni.



Nerio De Carlo

LA TARTARUGA

Da tempo Caterina desiderava avere una tartaruga. Non un gatto, un cucciolo oppure un altro animale, ma una tartaruga. Un giorno ne vide una esposta nella vetrina del negozio di animali vicino alla scuola e il suo desiderio aumentò.
“Mamma , mi comperi una tartarughina per il mio compleanno?”, chiese fiduciosa la bimba.
“Non è possibile. Non abbiamo giardino per la bestiola, che tra l’altro è anche stupida. Sporcherebbe la casa. Ti regalerò qualcos’altro”, rispose la madre aggiungendo altre difficoltà come il letargo invernale, le visite veterinarie, la denuncia obbligatoria presso le autorità trattandosi di animale esotico e, non ultima, l’impossibilità di affidare la bestiola ad altri in caso di assenza.
Qualche giorno dopo (era il 22maggio) Caterina raccontò ai compagni di avere avuto una testuggine che si chiamava Isotta. Subito si accese la curiosità dei piccoli amici.
“Veniamo anche noi a giocare con Isotta”, esclamò entusiasta la bimba dai capelli rossi che sedeva al primo banco.
“No. In questi giorni abbiamo ospiti, non è possibile”, rispose Caterina arrossendo. “Oggi veniamo da te a fare i compiti e così ci mostri il tuo regalo”, insistette un altro giorno il ragazzo con le lentiggini che l’aspettava ogni mattina per andare a scuola. “No, oggi non è possibile perché Isotta sta male”, ribattè Caterina confusa.
Passarono altri giorni tra richieste e rifiuti, finchè l’amica dai capelli rossi seppe dal fratello di Caterina che in casa non c’erano tartarughe. La notizia fece il giro della classe. “Bugiarda, sei una bugiarda”, ripetevano tutti a Caterina. E lei reagiva stizzosa: “E io invece ce l’ho la tartaruga!”
La bimba torno a casa pensando ad alta voce: “Isotta , con quegli amici che mi hanno chiamata bugiarda non parlerò più”. Dopo qualche giorno la ragazzina dai capelli rossi le chiese: “Come sta la tartaruga?” – “Bene, ma è un po’ stupida e maleducata: sporca in casa. Poi quando ci dobbiamo assentare non sappiamo a chi lasciarla”, rispose seriamente Caterina.
Le domande sulla salute della bestiola continuarono e gli amici le mandavano qualche foglia di insalata colta nei loro orti. La bimba dai capelli rossi sosteneva che la tartaruga avrebbe gradito anche un po’ di cioccolata, con moderazione si intende.
Un giorno Caterina giunse a scuola in lacrime. “La mia tartaruga è morta”, confidò agli amici. Questi dissero: “Bisogna seppellirla”, “Si, ma dove?”, Nel giardino comunale sotto la pianta di sambuco”. – “Sta bene”, concluse Caterina.
All’ora convenuta per l’appuntamento la bimba dai capelli rossi potò una scatola di biscotti legata con un nastrino; il ragazzo con le lentiggini portò dei fiori(fiordalisi, credo), un altro amico scavò una buca nel terreno.
“Addio Isotta “, disse Caterina .
“Addio Isotta” risposero gli amici.
Sebbene sia passato molto tempo da quando i ragazzi hanno celebrato quella cerimonia , una tartaruga un po’ stupida e maleducata è rimasta impressa nelle loro menti.

Nerio De Carlo

LO SPAZZOLINO

Il professore di storia era entrato in classe con un’altra persona, un signore anziano rispetto all’età media degli insegnanti che, comunque, vengono in genere visti come vecchi studenti.
“Nella prima metà di quest’anno scolastico abbiamo studiato la storia del ventesimo secolo scritta dai vincitori delle due guerre mondiali che, sapendo tutto, hanno dovuto spesso ripetersi. Il programma è finito, ma le lezioni continuano. Sul passato sappiamo quanto ci è permesso di sapere ed è ora di occuparci del futuro senza tuttavia dimenticare che l’anticipazione del futuro corrisponde ad una maggiore vicinanza della morte”.
“Se la nostra mente potesse veramente anticipare il futuro, saremmo più preparati ad affrontare gli eventi che ci attendono”, osservò uno studente del secondo banco.
“Per questo vi ho portato un personaggio in grado di descrivervi il futuro. Egli passa il tempo a interpretare i segnali del destino per costruire una visione del futuro che viene poi raccontata come una favola. Si distrae soltanto per bere qualche bicchiere di vino, omaggio della Cantina Sociale, ma non vi cerca l’alcol, bensì la poesia”.
“Un santo trovatore piuttosto. Ascoltatelo con attenzione”.

Un pomeriggio di maggio dell’anno 2008 un cliente entrò nella farmacia sotto i portici, che esisteva già nello scorso millennio, per comperare uno spazzolino da denti.
“A base fissa o a rotazione?” – chiese la commessa.
“Cos’è meglio?
“Dipende dalla struttura dei denti. Possiamo vedere in fretta”.
Il cliente non sapeva che dire, era impacciato e anche un po’ sorpreso. La ragazza prelevò due strani apparecchi da un armadietto: “Ecco, questo è il nostro modello 3000”, disse orgogliosa e cominciò a indicare i tasti per le diverse funzioni che venivano rigorosamente nominate con sigle. “Cosa si deve intendere per TAT, DES e tutto il resto?” – chiese il cliente confuso. “Le setole”, spiegò la commessa, “devono assumere una diversa angolatura a seconda che a essere spazzolati siano gli incisivi, i canini o i molari, per non parlare poi del dente del giudizio”. – “Perbacco!” – esclamò il cliente. “Qui sopra c’è il dispositivo personalizzante. Si digita la Password”, continuò la commessa. “Password?” – “Si, il codice segreto. Non vorrà mica che degli estranei, dei ladri magari, usino il suo spazzolino da denti?” – “Non sia mai”. – “Per l’ablazione del tartaro bisogna invece spingere questo bottone attendendo che si accenda la spia verde. La grande novità è però rappresentata dalla prevenzione della paradentosi, che si ottiene azionando...”.
La commessa si accorse con disappunto che il cliente non la seguiva nella descrizione. “In poche parole”, riassunse, “questo modello 3000 consente di spazzolare i denti, distruggere i batteri, massaggiare le gengive, restituire splendore ai denti e immunizzarli contro la carie …”- “Ma otturazioni non se ne possono eseguire?”. – “Non ancora”.
A questo punto il cliente voleva rivolgere una domanda che da tempo teneva sulle labbra e alla fine riuscì anche a farlo:”Uno spazzolino da usare amano non ce l’ha forse più? È un modello superato, vero?” – La ragazza lo guardò come avrebbe fatto ogni suo collega nei negozi di Hi-Fi, cui fosse stata richiesta una di quelle puntine d’acciaio per grammofoni in uso per un po’ di tempo nel secondo millennio. “Dia un occhiata al mercatino dell’antiquariato, ma non si faccia illusioni”, fu la risposta accompagnata dal sospetto che, in varie circostanze, il regresso faccia continui progressi.
“Non c’è un apparecchio più semplice?” – chiese il cliente. “Non c’è, ma noi offriamo anche dei corsi di formazione sull’uso del modello 3000: A dire la verità un prodotto più semplice lo abbiamo ma è molto meno efficace”.
Il cliente si decise per uno degli apparecchi più semplici e meno costosi, e, appena giunto a casa, lesse il manuale per l’uso. Non riuscì a capire nulla di quella prosa contorta, che, comunque, era una consolazione in confronto alle spiegazioni con sigle sentite in farmacia.

Attualmente quel signore si pulisce i denti con un vecchio spazzolino per pulire le bottiglie che ha scoperto in un armadio giù in cantina. Non si tratta certo di una soluzione durevole o definitiva perché sono già sul mercato dispositivi elettronici anche per pulire le bottiglie, come gli ha confidato mercoledì scorso il commesso di una bancarella alla Pescheria.
Nerio De Carlo

MANICOMIO

Il corteggiamento delle libellule lungo il Monticano, sotto il cielo dagli occhi blu, è commovente.
Genio si soffermava a lungo per ammirare quel’altalenare e la gente con capiva. C’erano altre stranezze in quell’uomo: ripeteva spesso che bisognava togliere a Cesare quel che è di Cesare e che è meglio essere stupidi e onesti, piuttosto che intelligenti e parassiti.
Mentre guardava le libellule lungo il Monticano recitava inoltre il dialogo tra Margherita e Faust: “Credi, quel che è detto intelligenza spesso è piuttosto vanità, limitatezza”. Ce n’era abbastanza per meritare d’essere chiamato “Genio il pazzo”.

“In un mondo capovolto il manicomio non è un luogo fuori posto”, pensava Genio, e fece di tutto per essere ricoverato. Mandò perfino una cartolina ad un personaggio molto in vista con “Tanti saluti dal buco dell’ozono!” – Ebbe un turbamento quando lo vennero a prendere, ma si riprese pensando: “Il nostro tempo è prenotato ed ogni giorno viene puntualmente riscosso”.

Sulla facciata dell’ospedale si notava una vecchia scritta coperta da una mano di calce, che diceva: luogo destinato al ricovero degli schifosi irrecuperabili. Genio non vi fece caso ed entrò risoluto. Incontrò un altro paziente. “Tu, chi sei?”, gli domandò. L’altro rispose: “Sono un pazzo. Non si vede?”:
c’erano tredici letti nel reparto psichiatrico: tutti occupati. Le altre corsie dell’ospedale erano invece vuote: Faceva caldo ed i pazienti con le altre malattie, praticamente tutti gli altri ricoverati, avevano interrotto le cure per curarsi in ferie. Sarebbero tornati a settembre, magari per morire.
Peccato che la medicina sottovaluti il potere terapeutico delle vacanze e non includa i viaggi tra i sistemi curativi. In ogni caso bisogna ammettere che l’ospedale è un vero universo,o meglio un pluriverso.

Le giornate scorrevano lente, esasperanti. I pochi presenti nelle altre corsie erano per lo più vecchi lasciati in parcheggio dalle rispettive famiglie in vacanza. Nel reparto psichiatrico, nonostante l’affollamento, le possibilità di dialogo mancavano e Genio si annoiava. Solo la notte portava sollievo. La notte rende infatti possibile quell’equilibrio tra la veglia , sonno e sogno che dona l’oblio. In quella specie di patria per forza non rimaneva altro che rifugiarsi nei propri pensieri. Purtroppo anche i pensieri, all’insaputa dell’interessato, erano stati ormai completamente omologati. Rimanevano ancora liberi due soli argomenti: gli infermieri e la morte. I primi sembravano fedeli come l’oro al proprio lavoro, ma, si sa, anche l’oro risente delle variazioni del prezzo. Quanto alla seconda, chissà se ai malati di mente è riservata una morte più facile? In ogni caso per una risposta ci manca l’esperienza. A questo punto l’unica consolazione rimaneva la statistica: nel reparto psichiatrico si registra il più basso numero di decessi e scusate se è poco! A ciò bisogna coerentemente aggiungere che le morti improvvise si registrano solo tra quanti sono sempre stati bene.

D’estate i malati di mente si sentivano un po’ come i responsabili dell’intero ospedale. Costituivano indubbiamente il gruppo più stabile e, poiché in estate anche i veri responsabili sono in ferie, a qualcuno dei ricoverati saltava in mente, proprio come accade tra i dementi, di essere presidente, direttore, consulente dell’ospedale.
Nel reparto psichiatrico erano proibite molte cose,com’era logico che fosse, ma era permesso giocare a carte. A quest’ultimo passatempo si dedicavano quelli che erano convinti di impersonare le massime qualifiche del Servizio Sanitario. Il proverbio dice che in ospedale ogni scherzo vale, o qualcosa di simile.

Le partite avevano luogo tutti mercoledì sera. Era un vero e proprio gioco d’azzardo, in quanto venivano puntate grosse somme. Poiché i malati di mente non possono disporre di denaro, tutte le somme venivano rigorosamente annotate in un quaderno. Si trattava in effetti di una contabilità imponente, sebbene avulsa dalla realtà, ma gli interessati non lo sapevano. Una tale circostanza non è strana in un paese in cui riescono ad immaginare le convergenze parallele. E poi, anche la contabilità in certe strutture è imponente e avulsa dalla realtà.

A differenza di altri luoghi dove si gioca, non tutti i giocatori del reparto psichiatrico cercavano di vincere. Certo, anche in questo caso chi riteneva di essere Presidente, Consigliere o Direttore si seccava di perdere. Non succede soltanto tra i malati di mente che si voglia trarre seraficamente vantaggio dalla propria posizione.

Il quarto giocatore, un tipo dalla faccia grugni forme, perdeva sempre. Tra gli altri nove ricoverati circolava la voce che gli fosse stato promesso un avanzamento di carriera, purchè perdesse. Così gli altri giocatori, che si sentivano a lui superiori, non si sarebbero alterati. Per il momento il risarcimento riguardava il corrispettivo di duecento ore di fittizie prestazioni straordinarie al mese, sempre rigorosamente annotato nel solito quaderno.
Le partite così truccate non piacevano ad un ricoverato-spettatore, che pretendeva di essere uno specialista del malocchio. All’incredulità che lo circondava si opponevano però i fatti, poiché alle invettive di quel curioso personaggio seguivano puntualmente altrettante piccole o grandi disgrazie. Genio condivideva le partite truccate invece e sosteneva che esse erano un atteggiamento consueto tra i malati di mente. Gli sembrava anche che la considerazione riservata dagli altri al personaggio perdente fosse una specie di IVA della popolarità che si può avere in un reparto psichiatrico, appunto.

Nerio De Carlo